[…]
Normalità e malattia non esistono, se non nella visione illusoria
dell’uomo; nella realtà, esiste l’immenso percorso
dell’evoluzione spirituale, ed esistono vicende e accidenti su
questo percorso: tappe, progressi, ristagni e deviazioni, cadute, imprigionamenti
e liberazioni. Alcuni tra questi vengono isolati e classificati dalla
medicina e dalla psicologia come “malattia”, studiata e curata
in una prospettiva che troppo spesso non tiene conto del contesto evolutivo
in cui essi si inseriscono. Si possono così ottenere risultati
rispettabili, apprezzabili e utili, a breve termine e limitatamente ai
sintomi; si può anche avere una certa capacità preventiva,
ma la portata e i mezzi della prevenzione e della cura medica e psicologica
non possono andare oltre e raggiungere la sostanza, proprio perché non
vengono contestualizzati nella realtà e nel processo di progresso
spirituale, che rimangono invisibili, seppur talora lontanamente intuibili.
La moderna psichiatria chimica ha rivoluzionato l’approccio alla malattia
mentale. A proprio favore vanta risultati concreti, tra i quali numerose conferme
che gli squilibri chimici del cervello sono direttamente collegati a malattie
mentali: depressioni, fobie, e via dicendo. Molti medici, spinti dalla predominante
cultura ispirata al materialismo, sarebbero portati a concludere che le sostanze
chimiche possono dare piena risposta ai misteri e ai problemi del rapporto tra
corpo e mente, che l’Universo è un accidente, al massimo di tipo
evoluzionistico, che la materia precede la mente, che la coscienza è una
specie di sottoprodotto della materia, che la vita umana, con la nascita e la
morte, non serve nessun proposito più alto. Tenteremo di spiegare che
non è così.
L’uomo non è semplicemente un organismo che deve cercare di restare
o ritornare in salute (già questa concezione produce malattia), ma è un
essere cosciente che ha davanti a sé un percorso verso una meta e che,
per raggiungerla, deve evolvere psicologicamente realizzando una ad una le componenti
più nobili della propria personalità: desiderio di sapere e capacità di
conoscere, gioia, senso morale, bellezza, forza di volontà, compassione,
saggezza e Amore.
Riteniamo sia un successo riuscire ad aiutare le persone a liberarsi da identificazioni
e condizionamenti, anche da quelli considerati “normali” ma che in
realtà costituiscono le peggiori tra le illusioni e le schiavitù. È stato
ampiamente dimostrato che la cosiddetta “normalità” è essa
stessa psicopatologia, fobie, blande o croniche, manifestazione di cecità o
immaturità, che noi non notiamo semplicemente perché la maggior
parte degli individui condivide le medesime sindromi. Tra queste, la paura della
morte è la più comunemente diffusa, l’ultimo dei tabù.
Una vera cura psicologica opera da dentro la persona; è un lavoro che
si fa su noi stessi, non qualcosa che viene indotto dall’esterno, perché in
tal modo si costituirebbe un’interferenza, un condizionamento, cosa che
dobbiamo accuratamente evitare, anche perché il nostro scopo è quello
di liberare dai condizionamenti, non di indurne di nuovi e per far ciò possiamo
mettere a disposizione solo strumenti idonei.
La cura di tipo occidentale è essenzialmente cura dei sintomi di manifestazioni
più o meno isolate, e tende a ripristinare il suddetto stato di “normalità” anziché quello
di salute olistica così com’è intesa nei testi dello Yoga1.
La cura fisiologica, psicologica, etico-morale dello Yoga di cui mi interesso, è fondata
sulla sadhana bhakti (disciplina spirituale), attraverso la quale l’individuo
induce e abilita sé stesso a reinterpretare la propria immagine (la coscienza
di sé), a trasformarsi e guarirsi psicologicamente, influendo in maniera
positiva, seppur indiretta, anche sul proprio ambiente.
Fino a metà del secolo scorso, le basi della bio-medicina sono state vissute
universalmente come solide e, agli occhi dei suoi teorici, anche come molto convincenti.
Poi, a seguito di scoperte scientifiche e di fronte alla crescente insoddisfazione
di operatori sanitari e utenti di questa branca della medicina, la fiducia nelle
terapie rivolte solo al corpo ha cominciato a vacillare per cui, dapprima timidamente,
poi in modo sempre più diffuso, con coraggio alcuni studiosi hanno cominciato
a prendere in considerazione un più ampio orizzonte concettuale di salute
e di medicina, ad esempio la stretta relazione e interazione corpo-mente, da
quel momento definita psicosomatica. Ciò ha portato ad una concezione
terapeutica in certa misura olistica, ossia ad un approccio consapevole del fatto
che il punto di partenza della diagnosi e della cura deve essere la comprensione
della realtà completa di una persona in quanto tale, non solo in quanto
malato.
Cura (in inglese cure) e prendersi cura, assistere (in inglese care),
differenziano due scopi distinti che i medici normalmente confondono
nella pratica. Il termine cura si riferisce alla diagnosi e al trattamento
farmacologico della malattia, mentre prendersi cura si riferisce al farsi
carico di qualcuno, alle indagini e agli interventi posti in atto per
prendere decisioni per il bene e benessere della persona. Di conseguenza,
cura ha più a che fare con gli aspetti oggettivi di una situazione
patologica, mentre prendersi cura riguarda i significati soggettivi dell’esperienza
malattia-trattamento. Cura significa che il medico “fa qualcosa” al
malato, prendersi cura esprime fondamentalmente il fare qualcosa “con” la
persona (Benoliel, 1972, 1976).
La prima domanda da porsi è: quando l’obiettivo cura non è più raggiungibile,
cosa va basilarmente fatto per prendersi cura? Il cancro è fra i prototipi
delle malattie mortali; quasi tutti accomunano l’idea di avere un cancro
con quella di morire. Facendo tesoro di quanto è stato osservato sullo
stadio avanzato delle malattie oncoequivalenti e sulle loro ripercussioni,
dobbiamo soprattutto mettere in evidenza per voi alcuni problemi di base in
gran parte ricorrenti per i malati terminali e per le loro famiglie2.
La millenaria scienza vedica della salute considera l’essere
umano una complessa combinazione di energie bio-psichico-spirituali,
perciò attribuisce grande importanza curativa, oltre alla farmacologia
e alla chirurgia, al tipo di alimentazione, alla condotta etica del soggetto
e all’influsso della mente sul corpo. L’indebolimento delle
difese immunitarie, lo sviluppo della malattia, il processo di guarigione
e, infine, l’accettazione consapevole e serena del passaggio conosciuto
come morte, sarebbero l’esito di continue interazioni del complesso
corpo-mente-spirito.
[...]
Note:
1. Principalmente: Bhagavadgita, Bhagavata-Purana,
Vedanta, Yoga-sutra, Katha e Shvetashvatara Upanishad.
2. Charles A. Garfield. Assistenza psicosociale al
malato in fase terminale. McGraw Hill, Milano, 1987.
|