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Cerchiamo anzitutto di dare una definizione di pensiero, di capire di
cosa si tratti. Un pensiero è un oggetto psichico, così come
un’idea, un desiderio o un’emozione. Tramite complesse elaborazioni,
che avvengono nell’encefalo, i loro effetti si possono manifestare
sul piano corporeo con sudorazione, tremito, pallore, rossore, brividi
e via dicendo, ma la loro genesi è sempre psichica.
Se i pensieri sono oggetti, dove risiedono? Esiste un deposito nel quale sono
collocati? Chi li produce e da dove vengono? Come la luce e il suono si trasmettono
nell’etere, come gli odori vengono trasportati dall’aria, così i
pensieri si manifestano e si propagano nella mente. Secondo la scienza psicologica
dell’India classica anche la mente è un elemento costitutivo del
cosmo, definito nei Veda con il termine Mahat o Buddhi, la Mente cosmica.
La
mente individuale è parte minutissima della Mente cosmica ed è un
importante strumento a disposizione del sé, una sorta di ricetrasmittente
che riceve dati dai sensi e a sua volta li trasmette alle aree più profonde
della psiche, individuale e collettiva. Il luogo fisico di ricezione coincide
con i lobi temporali, situati nelle zone laterali dell’encefalo, sedi deputate
al linguaggio e al pensiero astratto. I lobi temporali però non producono
il pensiero, semplicemente lo veicolano. Il pensiero è una realtà pre-esistente
rispetto agli strumenti neurologici; è come il suono, sempre presente
nell’etere. Così come per captare il suono abbiamo necessità di
una radio o comunque di un apparecchio adatto a recepire e a tradurre quel tipo
di segnale acustico, allo stesso modo per recepire un pensiero già presente
nell’etere della mente, abbiamo necessità di una strumentazione
adeguata, che in questo caso è costituita dai lobi temporali.
Abbiamo detto che un pensiero è un oggetto psichico con una sua realtà e
una fondamentale rilevanza nella formazione del carattere e della personalità;
questi saranno infatti ben differenti a seconda che noi siamo portatori di pensieri
di un certo tipo o di un altro. Pensare non è assolutamente qualcosa di
astratto e ininfluente, poiché da ciò dipende la buona o la cattiva
direzione della nostra vita. Ognuno è ciò che pensa; a tal proposito
le Upanishad affermano: “così come pensi, diventi”.
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Il pensiero si suddivide inoltre in due fasi: la fase in corso, mentre
viene pensato, che produce effetti in genere sotto controllo da parte di
chi pensa
- che è quindi in grado di modellarlo - e una seconda fase in cui il pensiero,
una volta che è stato “ospite” o creatura del soggetto pensante,
scivola nell’inconscio, dove lascia una traccia latente, una registrazione
mentale inconscia detta samskara.
Cosa succede quando un oggetto psichico scivola nell’inconscio? Si aggrega
a contenuti mentali di analoga caratteristica emotiva: paura con paura, rancore
con rancore, complessi di colpa con complessi di colpa, altruismo con altruismo,
gioia con gioia, e così via. Da quel momento in poi, il “pensiero
pensato” diventa autonomo rispetto al soggetto pensante e può agire
inaspettatamente anche contro la sua volontà. Nella fase in cui il pensiero
viene pensato, si può ancora intervenire, lo si può plasmare; ma
una volta scivolato nell’inconscio ciò non è più possibile,
se non con tecniche speciali che diano accesso a quella parte blindata
della psiche profonda.
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