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Numerose Scritture di molte Tradizioni, oltre a quella vedico-vaishnava,
parlano della dipartita dell’anima dal corpo come di una migrazione,
simile a quella degli uccelli. Avviene nel momento in cui l’essere
vivente, uscendo dal corpo fisico, a bordo e prigioniero della propria
struttura psichica, abbandonando il mondo oggettivo cambia dimensione e
si trasforma in qualcos’altro, un preta1,
avviandosi verso sud, direzione indicata dagli antichi trattati di astrologia.
Descrizioni di questo viaggio
dell’anima sono presenti in quasi tutte le tradizioni spirituali
e il luogo suddetto verso cui si dirigono le anime è una tappa intermedia,
ottenuta la quale si deve sottostare ad una ulteriore trasformazione; sarà in
quella nuova forma ottenuta che le anime faranno una serie di esperienze
dolorose o gioiose, le quali rispecchieranno lo stile della loro vita e
gli atti compiuti nel mondo oggettivo. Passando per queste esperienze di
gioia o di dolore, i jiva disincarnati
ottengono nuovamente le condizioni necessarie per tornare a sperimentare
la vita in questo
mondo. Non si può dire se il luogo in cui l’anima torna sia necessariamente
questo pianeta o, più verosimilmente, altri pianeti, magari simili a questo.
Comunque questi atman, una volta assunti nuovi corpi, avranno ancora
una certa
durata di vita corporea con tendenze più o meno latenti che genereranno
gioie e dolori già tracciati, seppur non definitivamente stabiliti. Dopodiché ancora
un altro viaggio da preta per poi tornare di nuovo, come se l’esistenza
fosse un ciclo infinito.
Il ciclo delle esistenze condizionate non include soltanto la vita corporea
ma anche la vita disincarnata in altre dimensioni. Tutte queste fasi
rientrano all’interno
di un unico ciclo esistenziale detto samsara.
Qui nessuno può dare una spiegazione di ordine temporale, perché da
dimensione a dimensione la cognizione del tempo è ben diversa, e perché ogni
jiva ha la sua storia: può concluderla rapidamente o può rimanere
invischiato nel samsara fino al pralaya successivo, in cui tutto viene riassorbito,
ridotto agli elementi più sottili. La gigantesca manifestazione cosmica,
proprio come un luna-park, viene smontata e riposta, per riattivarsi con la successiva
manifestazione: comincia un altro ciclo e gli esseri si manifestano di nuovo
nel mondo oggettivo, secondo la conformazione mentale che avevano lasciato.
E’ un disegno cosmico, non lo si può vedere in piccolo, non è permesso
alla mente umana di coglierlo in un unico concetto, ma grandi maestri hanno dato
insegnamenti che permettono di concettualizzarlo in modo panoramico. Non aspettatevi
particolari e dettagli precisi secondo un vostro schema logico-razionale; le
Tradizioni parlano un altro linguaggio, che comunque, se saputo correttamente
interpretare e contestualizzare, si presta a sufficienza perché si possa
intendere cosa succede.
Il segmento di vita umana che ci troviamo a vivere nel nostro presente appare
come una frazione irrilevante rispetto al ciclo intero, ma può assumere
gran rilevanza, perché in questo breve tratto possiamo cambiare il nostro
destino, risolvere tutti i problemi esistenziali, liquidare il debito karmico
e uscire dal gioco massacrante del samsara, che non è attivato da Dio
ma dai jiva. Dio e gli “amministratori cosmici” mettono a disposizione
la struttura, la giostra, ma il gioco lo fanno interamente i jiva. Come se il
Governo mettesse a disposizione un bellissimo stadio e i giocatori scegliessero
di giocare al massacro anziché al pallone, ma si può giocare anche
diversamente e uscirne con formule rapide.
La persona che in questo mondo indossa un corpo umano, illusoriamente pensa che
quello sia tutto, e che nella vita non ci sia nient’altro; spreca tempo,
disperde l’attenzione, non si concentra sul vero problema, che è quello
della morte, e soprattutto non sa che con la morte passa per un esame che decide
radicalmente il suo futuro.
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Note:
1. Lett. cadavere, defunto, ma anche spirito fuoriuscito
dal corpo, “dipartito”.
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