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Approfondiamo l’analisi dei conflitti e proponiamo vari tipi di soluzioni
dei conflitti stessi; vediamo ad esempio come ciò che determina
il conflitto, la causa patologica può diventare energia risolutiva
del conflitto stesso. Abbiamo esaminato diverse situazioni nelle quali
il conflitto insorge dall’interazione tra individui. E’ impensabile
che esista conflitto tra una persona e una cosa, il conflitto è sempre
interno alla persona. Quando un oggetto materiale appare come causa di
conflitto è una proiezione, una difficoltà interna riflessa
all’esterno. Prima si è detto che è sempre l’esito
di una relazione difficile, ma ciò non implica necessariamente che
la relazione sia tra due soggetti diversi.
Molti conflitti sono intrapersonali e non interpersonali. Intrapersonali
significa che un individuo ha conflitti interiori, con sé stesso.
Si tratta di vari livelli di psiche e coscienza che entrano in conflitto
e questa conflittualità è una delle cause più frequenti
del malessere diffuso nella società moderna.
Ogni problema intrapersonale
genera in un breve tempo conflitti interpersonali perché quando
la persona non sta bene, non vive bene, ha tendenza a proiettare sugli
altri la causa del proprio malessere. Appare più comodo incolpare
gli altri dei propri problemi, ma non è la soluzione perché così facendo
si allarga la sfera della sofferenza. Gli altri vengono presi dallo stesso
nostro malessere, perché insoddisfazione, irrequietezza, aggressività,
nervosismo sono contagiosi.
Il lavoro deve essere fatto su due piani; quello più facile è verso
l’esterno e consiste nell’aggiustare i rapporti con gli altri.
I problemi più difficili da risolvere sono quelli con noi stessi,
che spesso non sappiamo di avere, perché creati da atteggiamenti
quasi sempre inconsci. La soluzione di questo tipo di problemi implica
un lavoro serio su noi stessi e una disciplina da seguire; chi non ha voglia
di fare questo lavoro a monte, di compiere una serie di aggiustamenti nella
personalità, è suo malgrado costretto a subire le spinte
dell’inconscio e le conseguenze, per lo più sono ignote,
dei nostri samskara o dei desideri latenti, forze situate nella mente
profonda.
Abbiamo immense forze da gestire che prima dobbiamo conoscere. Dobbiamo
avere una conoscenza, seppur teorica, perché la pratica senza conoscenza è rischiosissima.
Prima di fare l’esperienza, vijnana, occorre jnana, la conoscenza;
occorre un quadro teorico di riferimento per potere agire.
E’ assai pericoloso impostare relazioni, matrimoni, società,
attività, qualsiasi cosa senza avere la conoscenza necessaria. Ci
sono buone probabilità che questi rapporti alla fine risultino
fallimentari.
Se la relazione si basa sulle spinte dell’ego, i problemi rimangono.
Se invece sono incentrate sul livello superiore del divino, su Dio, ogni
problematica, se mai dovesse sorgere, poi si risolve. A livello di essere
incarnato, d’altra parte, l’ego è l’elemento di
interfaccia, perché senza ego non possono esserci relazioni; ma
poiché l’ego è fortemente influenzato da vari condizionamenti,
paradossalmente, oltre ad essere l’oggetto della relazione, è anche
l’oggetto del conflitto.
L’ego è indispensabile perché è il destinatario,
il punto di riferimento, tuttavia se i due soggetti sono teocentrici, la
relazione funziona senza conflittualità. I conflitti si destrutturano
in presenza dell’amore. Un esempio molto elementare è dato
dall’oscurità che si destruttura in presenza della luce; non è necessario
lottare contro le ombre, basta illuminarle. Non dovete trasformarvi in
novelli Don Chisciotte e lottare contro i mulini a vento, è sufficiente
avere uno scopo positivo perché tutto ciò che è negativo
si trasformi da solo.
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